Cenni storici Codogno e il patto con Piacenza ( Parte Terza)

Ecco la terza parte della storia  di Codogno.  A fine articolo troverete i due link della prima e seconda parte, per chi volesse rileggersi tutto.

TERZA PARTE.

—->I piacentini che fossero esenti da ogni sorta di dazi e godessero di tutte le garanzie dei cittadini veri e oriundi di Piacenza; godessero cioè “singulis privilegis, honoribus, gratiis, exemptionibus,

immunitatibus, praerogativis… quibus caeteri omnes Cives veri, legittimi et originales dictae Civitatis Placentiae”, che fossero esclusi dalle tasse presenti e future particolari della Città di Piacenza “non teneantur ad aliqua onera ad qua caeteri Cives dictae Civitatis Placentiae”, che sottostassero soltanto agli oneri derivanti dai beni posseduti in Codogno “sed obligati sint pro bonis sitis in dicto loco, villa et territorio de Codogno”.

Naturalmente i Piacentini avevano interesse che nella loro Città affluissero mercanti e merci da Codogno, ricco centro agricolo e industriale; ma l’interesse era anche dei Codognesi, i quali dopo il versamento delle duecento lire imperiali offerte, vollero, in segno di gratitudine, inquartate la lupa dello stemma piacentino nel proprio stemma recante il melo cotogno, a cui la lupa fu legata con una catena d’oro.  L’atto notarile che contiene la concessione della cittadinanza è del 21 aprile 1492.

Si tratta dunque di un vero e proprio trattato di commercio, concordato però sulla base di una formula forse unica nella storia del commercio, sulla base cioè della cittadinanza commerciate salva restando l’indipendenza comunale delle parti contraenti.  I Codognesi arrivarono al mercato unico fra comuni indipendenti circa cinque secoli or sono, l’anno della scoperta dell’America.

Concluso il patto e solo dopo il Comune ne chiedeva la ratifica al feudatario Gian Giacomo Triulzio, il che vuol dire che i reggitori del Comune col pieno consenso della popolazione avevano stipulato il loro trattato di commercio senza chiedere il preventivo permesso del feudatario; e se la ratifica successivamente richiesta voleva essere un atto di doveroso riguardo, nel tempo stesso dimostrava che i “devoti e fidi subietti” si consideravano pienamente liberi di tutelaro i loro interessi da sè, esclusa ogni ingerenza del Signore.

Al maggior sviluppo, dell’industria e del commercio il Comune pochi anni dopo provvide anche coll’ottenere dal fisco e precisamente dal duca Francesco Sforza II, con decreto del 1535, la esenzione per i Codognesi dai dazi e dalle dogane per tutti quei contratti che da loro venissero stipulati nel luogo e territorio di Codogno, anche con non Codognesi “ex mera liberalitate nostra… homines in dicta Terra Cotonei habitantes et habitaturos a praedicto Doganae Datio et prograssis, exemptos et immunes pro contractibus inter eos tantum in dicto loco et territorio celebrandis… et cum aliis personibus ibidem habitationem non habentibus”.

Sopraggiunta in seguito la dominazione spagnola nella Lombardia e caduto perciò il feudo sotto una potente sovranità straniera, si rendeva necessario mettere al riparo l’autonomia comunale dal pericolo di sopraffazioni da parte dell’uno e dell’altro padrone contro le quali il Comune non avrebbe potuto poi opporsi con nessun mezzo.

Anche questa volta il buon senso suggerì la risoluzione conve niente: procedere cioè in modo conciliativo sì da non  provocare reazioni da parte dei vari poteri, gli antichi e i recenti, che coesistevano nella borgata, e tuttavia consolidare i diritti ormai acquisiti.

Da una parte stava la monarchia spagnola che, tramite il Senato di Milano, esercitava la giurisdizione politica a mezzo di un pretore civile e criminale, ma anche il feudatario che esigeva il rispetto e l’adempimento dei suoi privilegi; dall’altra parte la Comunità, virtuale espressione della volontà popolare, che intendeva esercitare le sue funzioni in tutti i campi in cui fossero in gioco gli interessi generali dei cittadini. Il coordinamento fra questi poteri era postulato dalla libera ed efficiente funzionalità del Comune. E’legge che le forme della vita nel loro divenire plasmino gli istituti in relazione alle proprie esigenze; pratici anche se

inconsapevoli esecutori di questa legge, i Codognesi seppero di volta in volta modificare l’ordinamento comunale con tempestive innovazioni perchè aderisse il più possibile alle esigenze nuove. Il non facile problema venne allora risolto abilmente dal Consiglio Generale con le “regole della Comunità” deliberate alla presenza dei confeudatari fratelli Triulzi annuenti e controfirmanti, e poco dopo approvate anche a Madrid dal re Filippo II (1592).

E sono davvero interessanti queste “regole” che pur nella loro bonaria semplicità pervengono a determinare con precisione la competenza delle diverse istituzioni politiche, operanti ciascuna con diritti propri, maggiori o minori ma inderogabili.  Alcune “regole” sembrano precorrere concetti imperanti nella vita pubblica ancor oggi, e basti qualche cenno per confermarlo.

 

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