Codogno e i fossi, il divertimento di una volta.

 

Quando i fossi non erano ancora infestati dalle nutrie e quando scoppiava l’afa, quella che si trova solo  nella pianura padana, quella che riduce ai minimi termini  l’ossigeno nell’aria e che fa sudare solo a respirare, equipaggiati con salviette e saponette e un paio di mutande di ricambio, i costumi da bagno non li avevamo ancora, andavamo tutti a fare il bagno nelle rogge, nei ” fos”, ci andavamo in bicicletta portando sulla canna l’amico più piccolo che ancora non l’aveva.

Potevamo tuffarci, nuotare, rimanere in ammollo e poi insaponarci e rituffarci per risciacquarci. La pelle raggrinziva e le labbra diventavano di colore viola e solo a quel punto si cominciava a sentire il refrigerio, stare molto in acqua abbassava la temperatura e la sensazione era di piacevole frescura. Nessuno più voleva tornare a casa, sapevamo che l’afa non se n’era ancora andata. Nei fossi si imparava in fretta a nuotare, nessuno ti spiegava come fare, guardavi gli altri e imparavi. Allo stesso modo in cui guardando gli altri imparavi ad andare in bicicletta, cadendo ogni tanto per terra, in  acqua, invece della caduta c’era la bevuta che dialetto “la bagada” e di “bagade” se ne facevano se non “bagavi” da solo ti facevano “bagare”. Chissà quanti anticorpi avevamo per sopravvivere a tutta l’acqua bevuta in quei fossi. Da non dimenticare la caratteristica nuotata, ormai scomparsa, “la sforbiciata”, tipica del nuoto praticato nei fossi e nei fiumi. Quando si “sforbiciava” i movimenti del corpo più caratteristici erano due, sussultorio ed ondulatorio, la bracciata la ricordo sussultoria la sforbiciata (fatta con le gambe) invece ondulatoria, in pochi riuscivano a fare i due movimenti insieme. Quando si imparava a nuotare in quel modo, diventava difficile cambiarlo e trasformarlo nella tecnica più raffinata dello “stile libero” introdotta dall’avvento delle piscine e insegnata ai corsi di nuoto. Poi, immancabilmente arrivava il momento dei tuffi dalle piante, si doveva forzatamente fare una pausa. Si doveva uscire dall’acqua, pena il rischio di venire travolti da qualche incosciente (quasi tutti) e aspettare pazientemente che finissero le esibizioni. Naturalmente non si trattava di tuffi normali, no, troppo banale, per divertirci veramente dovevamo rischiare di farci male piante (altrimenti cosa serve essere giovani), salivamo sulle piante cercando di arrivare ai rami più alti per poi buttarci, di pancia, di schiena, di fianco,“ a pich” seduti sulla poltrona, in ginocchio a mò di preghiera e poi sghignazzare e vantarsi per aver osato più degli altri. Non succedeva di frequente ma ogni tanto qualcuno doveva ricorrere all’Ospedale.

 

Ogni quartiere aveva il suo “fos” i ragazzi del quartiere San Marco e quelli del San Giorgio, andavano alla “Lancia”, si trovava sulla strada per Maleo, all’altezza del Dancing Maiorca, si chiamava la Lancia perché al centro nel punto dove si allargava maggiormente c’era una piattaforma in cemento a forma di punta di lancia. Era una grossa pietra piatta talmente liscia che sembrava levigata. Questa pietra piatta veniva usata per prendere la rincorsa per poi tuffarsi in acqua, ma quando c’era poca gente la usavamo anche per sederci a chiacchierare o a stenderci al sole. 

A monte di questo fosso, c’era una cascina dove spennavano polli e galline, li macellavano assieme ai conigli e finito il loro lavoro buttavano tutti gli scarti nel fosso e la corrente li trasportava fin dove c’eravamo noi a fare il bagno. Ormai sapevamo qual’era l’ora del transito, al primo avvistamento uscivamo velocemente dall’acqua in attesa che tutto fosse passato. Veniva giù di tutto piume e interiora, aspettavamo con pazienza, fino a quando la corrente aveva portato via tutto, per poi ricominciare a tuffarci e a nuotare fino all’ora di tornare a casa. Oltre alla Lancia gli altri fossi più famosi erano i “Trè Rus” chiamato anche “Tri Arsù”, si chiamava così perché in un determinato punto confluivano tre fossi che creavano un ampio slargo e quello era il punto più bello per fare il bagno, si trovava sulla strada vecchia per Cavacurta, dopo il “Madùnin”, il “Pruisori” con le sponde e il fondo in cemento sulla strada per Retegno, i più piccoli andavano al “Puntin anch’esso a Retegno in zona  Poligono, poi tanti altri e tutti balneabili: “la Guardalobia, la Cudogna, al Fusadàs, al Puntrus, la Putèla e al Sculadur” E’ stato Gianmario “cudugnin al cent par cent” a raccontarmi della strana storia di un morto impiccato vicino al fosso “Sculadur”. Lì per li sembrava la solita leggenda metropolitana, invece la storia oltre che vera è pure famosa e per l’esattezza riguarda un morto impiccato di nome Antonio “Lesna” seppellito vicino all’argine di quel fosso. Avvenimento confermato dai documenti che Pino Pagani concittadino giornalista, ha potuto consultare e che certificano l’impiccagione di “Tunin d’là Lesna” da parte degli austriaci, dopo un sommario processo e la relativa condanna per un presunto furto di gioielli. Sempre Gianmario raccontava che nessuno dei ragazzini che andavano a fare il bagno in quel fosso, osavano passare vicino a quella tomba. La paura che avevano era ingigantita anche dal mistero di quella

violenta morte, di cui nessuno conosceva la vera storia.

@riproduzione riservata.

Disclosure: We are a professional review site that receives compensation from the companies whose products we review. We tested and reviewed the web hosting sites ranked here. We are independently owned and the opinions expressed here are our own.

Join the Discussion

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *



arrow
css.php

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi