Codogno, Ospedale Vecchio, Cappella S. Carlo

In un contesto particolarmente felice per l’economia codognese (seconda metà del ‘700 e prima metà dell’800), nell’ambito delle riforme promosse dall’Imperatrice Maria Teresa e dal figlio Giuseppe II, la classe dirigente locale da corso ad un assestamento e ammodernamento degli antichi istituti di carità e di misericordia, i cui benefici sono ancora oggi evidenti. Tra tutti, la rilocalizzazione dell’ospedale in un nuovo edifico all’esterno del nucleo urbano, con l’accorpamento dei due antichi ospedali di S. Tommaso e della Trinità. Un facoltoso possidente (Carlo Maria Belloni il cui ritratto troviamo nella collezione dei benefattori del Civico Ospedale) mette a disposizione una somma consistente (a cui si assoceranno presto altri concittadini) e chiama a Codogno, per la stesura del “disegno”, l’architetto luganese Felice Soave, che in quel momento si trovava a Parma per perfezionarsi in disegno e matematica alla “scuola” del Petitot. Anche se architetto sconosciuto all’epoca, il Soave diventerà successivamente uno dei protagonisti del neoclassicismo milanese. Il progetto è estremamente ambizioso: due corpi basilicali imperniati su altrettante cappelle e paralleli tra loro collegati da corpi trasversali che dovevano formare due corti parzialmente porticate (cortile dei maschi e cortile delle femmine). In pratica ciò che oggi possiamo ammirare da viale Gandolfi è la metà di quanto si doveva realizzare. I lavori iniziano nel 1779 e terminano (per il primo lotto) nel 1781 con la inaugurazione della cappella dedicata a S. Carlo (in ricordo dell’imperatore Carlo VI padre di Maria Teresa e anche del mecenate Carlo M. Belloni). Questi sono i soli lavori che il Soave ha seguito direttamente e che comprendono il nucleo centrale del complesso: il pronao, la cappella, e la prima parte delle crociere fino alla terza finestra a destra e sinistra. I lavori, per come vediamo oggi l’ospedale, proseguiranno solo dopo il 1828 curati dall’ingegner Francesco Quattrini ma sempre secondo il disegno del Soave, terminando nel 1849. Nel 1906 si darà corso ad una ristrutturazione radicale dei corpi laterali su progetto dell’ingegner Paolo Bignami. I lavori terminati nel 1781 consegnano alla cittadinanza il primo nucleo del nuovo nosocomio con al centro la cappella su cui convergono le tre crociere (realizzate solo parzialmente). La cappella a pianta circolare è arricchita da quattro nicchie che creano un rapporto interno/esterno attraverso un serie articolata di finestre a vetri policromi che la legano al pronao e al corridoio interno. Sopra il tamburo quattro oculi ciechi sono alternati a quattro oculi trasparenti con serramenti sempre a vetri policromi, dotati di un ingegnoso sistema di rinvio per la loro apertura da terra.

Le decorazioni sono ricche di stucchi policromi con geometria che converge sul massimo della cupola. Gli arredi erano costituiti da panche con impostazione planimetrica singolare, che segue l’andamento della pianta circolare enfatizzata dalle nicchie, purtroppo perdute. L’altare occupava la parete di ponente. E’ all’interno di questa premessa “di lettura” dei fatti passati che l’intervento di conservazione, che si sta realizzando, si sviluppa in termini particolarmente delicati in rapporto alle discipline operative (conservazione di policromie, intonaci, stucchi, …) e non può essere che un’operazione complessa in quanto coinvolge notevoli implicazioni anche sul piano culturale per la specificità dei problemi coinvolti che sono propri dell’oggetto di intervento e della stratificazione storica che si è accumulata. Certamente il progetto per l’intervento sul patrimonio storico deve articolarsi in maniera diversa rispetto a quelle che sono le tradizionali componenti di progetto comunemente interpretate. E’ necessario prima di tutto ben porsi nel rapporto con l’esistente e porre la massima attenzione al concetto di “permanenza” per salvaguardare la consistenza materica che si può leggere nella stratificazione storica e mateiale. E’ fuori discussione comunque che il risultato finale di un modo di operare che privilegia la mutazione indiscriminata non può che portare ad un risultato e ad un contesto architettonico nuovo nella sostanza perché nuova è la realtà materiale, anche se l’aspetto formale ci rimanda ai canoni estetici del vecchio con il risultato, se vogliamo, di ridurre il momento progettuale a fatto puramente caricaturale. Le linee di forza del progetto fanno proprie, quindi, il rapporto dialettico con la storia per delinearne un supporto storicizzato a giustificazione del progetto stesso, in stretta relazione anche con le condizioni iniziali e al contorno che si sono evolute nell’arco temporale di vita del manufatto. Un corretto rapporto con la storia è qui più che mai una premessa essenziale per il recupero e la riconquista dei valori della tradizione nei termini delle nuove (e mutate) esigenze presenti, fissando un approccio più colto e responsabile verso un bene culturale di patrimonio collettivo e che costituisce nel contesto urbano e territoriale un insieme dei punti ad alta sedimentazione storica

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