Cudogn e il bucato di una volta.

Quand’era giorno di bucato, tutto il cortile si animava per i laboriosi e necessari preparativi che le donne dovevano predisporre, per dar luogo al lavaggio della biancheria, che tradotto in “cùdùgnin” si pronunciava “fa bùgàda”. Si effettuava con ” al fugòn”. Artigianale cilindro in metallo con una parte, quella inferiore, usata per bruciare la legna, quella superiore che serviva per appoggiarci sopra un contenitore di ferro o di rame che veniva riempito con l’acqua e i panni. Quando l’acqua bolliva veniva aggiunta la lisciva, detersivo multiuso dall’altissimo valore pulente usato fino alla fine degli anni ’50. La vendevano già pronta per essere usata, ma chi voleva poteva prodursela in casa  e utilizzare la cenere di legna (non quella di carbone) mischiarla all’acqua e fatta bollire, poi lascia infine filtrata.

Quando i panni erano sufficientemente puliti, seguiva il risciacquo, poi la faticosa strizzatura ed infine, con corde legate a dei ganci fissati ai muri e sostenute dalle “fursele” veniva steso tutto il bucato. Questa logorante attività, come tanti altri lavori casalinghi, veniva svolta esclusivamente dalle donne. La rigida divisione dei ruoli ereditata dalla tradizione, esentava gli uomini dalla partecipazione ai lavori domestici, giustificati anche dal loro lavoro, in genere pesante e gravoso, lasciando tutta la gestione della casa alle donne, alcuni uomini sarebbero anche stati disponibili a qualche forma di collaborazione (senza troppa pubblicità, però), ma un altro ostacolo ancora più difficile da superare, veniva dalla paura

di compromettere l’immagine sacra della inconscia propria mascolinità, indotta dal generale modo di pensare di quegli anni.


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