“Guarda c’al lubia!“ – la roggia e i pescatori

pescatore

Un tempo, quando molte strade ancora non esistevano, il metodo più diffuso per spostarsi da un paese all’altro era quello di percorrere gli argini dei corsi d’acqua. Il terreno, tuttavia, argilloso e instabile, rendeva questi spostamenti tutt’altro che sicuri e bastava un nulla per far franare la riva e trovarsi così travolti dal fango e dall’acqua.

“Guarda c’al lubia!“ si sentiva spesso ripetere per avvisare che la riva poteva franare. Da questo detto deriva il nome del Guardalobbia, la roggia che si vede al San Biagio, scendendo dalla passerella della stazione.

Un tempo la Guardalobbia era una roggia molto frequentata, soprattutto durante le stagioni più calde che vedevano molte persone radunarsi sulle sue rive per pescare.

roggia

Ognuno aveva il suo punto di pesca prestabilito e “cul palòt” si pescavano i “Bót” e “Sèdüi” che poi venivano portati a casa alle mogli e alle madri perché li friggessero e li servissero accompagnati da buona polenta.

Tanto gustoso e apprezzato era quel piatto quanto più grande fu la sorpresa e lo sconforto dei pescatori quando arrivò un’ordinanza. “Il pesce deve morire nel fiume”, diceva.

Dovettero così abbandonare l’antica tradizione di andare a pescare nella Guardalubbia e rinunciare anche ad una prelibata pietanza che oggi definiremmo “a Km 0″.

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