I codognini, abili casari e coltivatori di lino

Pare che un tempo, la parola formaggio fosse utilizzata esclusivamente per indicare il nostro cacio che veniva prodotto specialmente in maggio e la cui antica ricetta ci giunse probabilmente dai Galli, esperti nella produzione di questo formaggio.

Pensate che il formaggio codognese fu addirittura citato dal Ciseri (pittore del XIX secolo) nel suo Giardino Storico e da Francesco Scotto nel suo Itinerario d’Italia che raccontano di quando i Conti di Somaglia fecero fare dai casari codognini quattro forme di formaggio da cinquecento libre ciascuna. In una nota di Alberto Cumino del 1263, poi, leggiamo che Cesto di Merlino donò al Vescovo di Lodi proprio del formaggio prodotto in Codogno.

 

Per l’eccellenza nel produrre prodotti caseari, il nostro paese veniva addirittura chiamato “del buon cacio” (ubi fiunt boni casei).

 

Altra testimonianza dell’abilità dei codognini nel produrre formaggi fu anche la decisione del 1308 dello stesso Vescovo di Lodi che stabilì di pagare l’annua decima con del formaggio.

 

L’abilità dei codognini cr ebbe sempre più finché i loro prodotti non iniziarono ad essere esportati, già nel 1400, verso Piacenza e anche Parma dove venivano conservati in appositi magazzini e trasformati così nel celebre parmigiano.

 

Sul finire del quattordicesimo secolo, poi, si introdusse dal Modenese la coltura del lino: anche questo è un campo in cui i codognini dimostrarono grande abilità.  A Modena la coltura era molto diffusa poiché, quando si affittava un fondo si imponeva che se ne coltivasse almeno una parte a lino. Anche a Codogno si fece lo stesso e questo tipo di coltivazione si diffuse a tal punto da instaurare una superstizione: girava voce che tutti dovessero possedere tanto lino quanti i grani di pepe che si ricevevano benedetti nel giorno di San Cristoforo.

 

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