Il “MARE ” GERUNDO TRA STORIE E LEGGENDE (ULTIMA PARTE)

C’è un’ altra leggenda che attribuisce al giovane lodigiano Egimaldo Cadamosto l’uccisione del drago, mentre, prestando fede ad una versione ulteriore del racconto, il mostro sarebbe stato sconfitto da Uberto Visconti, il capostipite dell’omonima casata, presso Calvenzano.
Un’altra variante prettamente lodigiana della vicenda sostiene invece che sia stato Bernardino Tolentino, vescovo di Lodi al tempo della nota alluvione, a causare la morte del mostro: dopo tre giorni ininterrotti
trascorsi pregando Dio ed invocando l’ausilio di San Cristoforo, nel corso della notte di San Silvestro, le acque iniziarono a ritirarsi, regalando allo stremato popolo lodigiano i resti ormai senza vita del
drago. Come pegno per la grazia ricevuta, Bernardino fece poi restaurare la chiesa cittadina dedicata al santo. Un’ultima leggenda, in realtà piuttosto fine a se stessa ed avara di particolari, in termini molto
generici, attribuisce a Federico Barbarossa la paternità dell’uccisione di Tarando. Quelle narrate, seppure il contesto storico sia indubbio, sono solo leggende popolari. E la stessa esistenza di un drago non
riesce a liberarsi dagli stretti vincoli che lo legano al regno della fantasia e della superstizione. Eppure, esistono prove concrete che avvalorano ciò che, razionalmente parlando, sembrerebbe impossibile…A
Pizzighettone nella sagrestia della chiesa di San Bassiano, è ancora conservata una “costola di drago”, un osso che tradizionalmente si ritiene appartenuto al drago Tarando. Dalla forma allungata e vagamente
rassomigliante ad un femore umano dalle abnormi dimensioni stupisce soprattutto per essere reperto assolutamente fuori luogo per le terre lodigiane, una sorta di enigma scientifico.

Grosse ossa appartenute alla spaventosa creatura, sono inoltre conservate  ad Almenno San Salvatore
presso la Chiesa di San Giorgio e nel Santuario della Natività della Beata Vergine di Paladina. Anche a Lodi pare fosse custodita presso la Chiesa di San Cristoforo una costola del drago, andata poi perduta nel Settecento. Generalmente questi resti sono considerati prove fossili di qualche cetaceo, testimonianza concreta di un mondo antidiluviano scomparso da millenni, ma non sono pochi coloro che non vogliono credere a questa facile risoluzione del problema. Il fascino che sa trasmettere un’era lontana dove ancora esisteva spazio per le creature del mito non può piegarsi alle leggi della ragione e, anzi, la ricerca di tutto ciò che, insolito e anomalo, possa mantenere viva e, a suo modo, possibile un’antica leggenda è l’essenziale combustibile che alimenta e mantenne in vita, la favola di un terribile drago vissuto in un misterioso lago scomparso da secoli.

Per chi non avesse letto le prima due parti, riporto  qui sotto i due link degli articoli pubblicati in precendenza.

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