Quando si pescava cul Palòt e si imparava a nuotare nei fossi

I codognini hanno sempre sentito un legame particolare con la campagna, la natura e il lavoro dei campi che occupava la maggior parte delle loro giornate e spaccava le ossa ma tanti ancora la ricordano con nostalgia. Molte delle abitudini di quei tempi hanno come protagonisti i fossi, o meglio, i “fòs”.

Tra le attività di svago più popolari, infatti, c’era la pesca. Uno dei metodi più utilizzati per pescare era la pesca “cul Palòt” che richiedeva molti sforzi ma assicurava pesce per tutta la famiglia. Questa tecnica consisteva nel creare una diga con fango e legnetti e svuotare poi quel tratto di fosso con l’aiuto di badili di legno a forma di grandi cucchiai che venivano chiamati, per l’appunto “palòt”. Quando avevano terminato il drenaggio cominciavano a raccogliere a mani nude tutti i pesci che trovavano e riempivano interi secchi con specie di ogni tipo.

Quanti di voi, invece, si ricordano della pesca delle rane? I fossi ne erano colmi e per questo catturarle era molto più semplice di quanto non lo sia oggi. Ma la campagna offriva anche lumache, funghi e alcune specie di uccelli con i quali si preparava la rinomata “polenta e ùsei”. Tutto ciò che la campagna donava era accolto come un tesoro.

Quando arrivava il caldo estivo  e l’afa della pianura padana toglieva il respiro, poi, i ragazzi di Codogno amavano fare il bagno nelle rogge in cui tra giochi e “bagade” (bevute) si imparava anche a nuotare. Ci si schizzava e si rideva mentre l’acqua rinfrescava la pelle e raggrinziva le labbra.

Arrivava poi il momento dei tuffi dalle piante in cui tutti uscivano dall’acqua per non rischiare di essere travolti e uno alla volta si lanciavano in salti spericolati dopo aver raggiunto rami sempre più alti.

Campagna lodigianaOgni quartiere aveva il suo fosso. I ragazzi del San Marco e del San Giorgio andavano alla “Lancia” che si trova sulla strada che porta a Maleo, all’altezza del Majorca. Si chiamava così perché aveva una pietra a forma di lancia nel centro che i ragazzi usavano per tuffarsi, sedersi a chiacchierare o prendere il sole. L’acqua di questa roggia, però, prima di arrivare nel punto in cui i ragazzi erano soliti fare il bagno passava per una cascina in cui macellavano polli e conigli e gettavano in acqua tutto ciò che non serviva. I ragazzi, però, avevano capito qual era l’orario del macabro transito: quando era il momento uscivano dall’acqua e aspettavano pazienti che tutti gli scarti fossero lontani per potersi rituffare.

Sulla strada che va a Cavacurta, dopo il “Madùnin”, invece, c’erano i “Trè Rùs” in cui confluivano tre rogge che creavano un ampio specchio in cui potersi rinfrescare. Tra i fossi più famosi, poi, c’erano “la Guardarobia”, “la Cudogna”, “al Fusadàs”, “al Puntrus”, “la Putèla” e “el Sculadur”.

Quest’ultimo passava dalla Mulazzana, proprio davanti all’albero e alla tomba del Tunin Lesna. Qualcuno ancora ricorda la paura dei bambini che evitavano sempre di passarci vicino, terrorizzati dai macabri racconti e dal mistero di quella lapide di cui ancora si sapeva ben poco.

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