“Sciur padron delle belle braghe bianche, fora le palanche e anduma a cà” – una vita da mondina

le mondine

Quello delle mondine era un lavoro duro che teneva le ragazze con i piedi sempre nell’acqua e le schiene chine sul campo. Le mondine, a volte di soli 14 anni, partivano da casa per raggiungere le risaie dove lavoravano otto ore al giorno per quaranta giorni consecutivi (inclusi i sabati e le domeniche).

Nel lodigiano il lavoro delle mondine era organizzato in tre tipi di squadre. C’erano le “locali” che lavoravano il riso nella cascina o nel proprio comune, le ” volanti” che partivano ogni notte tra le 3 e le 4 per tornare nel tardo pomeriggio e le “forestiere” che si spostavano a lavorare verso Novara, Vercelli, Alessandria, Pavia e l'”alto milanese”.

Per non sentire la stanchezza e la mancanza di casa, a volte si intonava qualche canto: “…mamma, papà non piangere, non sono più mondina, io lascio la risaia e torno a casa mia…” o la più famosa “Sciur padron delle belle braghe bianche, fora le palanche e anduma a cà”.

Quanti di voi sapevano che era una tiritera nata dal mondo delle mondine?

Il lavoro era duro e spaccava la schiena ma alzarsi non era permesso. Se per stanchezza qualcuna si alzava arrivava subito il padrone a gridarle “Giù al cò!”.

A fine giornata, poi, un fischietto annunciava la fine delle ore lavorative e le mondine, dopo una rapida ripulita, si fiondavano affamate su pasta e fagioli. Il momento più triste, però, giungeva proprio nelle ore serali in cui la mente, libera dal peso del lavoro, prendeva il volo e andava alla famiglia, magari anche all’amore lontano. Si pensava e si mettevano in ordine i pochi oggetti portati nella sacca, simbolo della casa e degli affetti.

La mattina il sole filtrava nelle camerate dai finestroni e svegliava le mondariso. Le più anziane erano le prime ad alzarsi e scendevano in cortile a friggere un uovo, poi tornano in casa a svegliare le più giovani. Le squadre si avviavano e nelle brandine rimanevano i bambini di alcune risaiole che andavano in risaia da molto tempo e avevano ottenuto il permesso di portare con sé il figlio più piccolo.

Così racconta il giornalino “La mondina” del 1956 in cui si legge anche: “A tratti, quando il sole si riflette accecante nell’acqua, la prima mondina intona un canto largo e ritmico per accompagnare il movimento delle reni e delle braccia. Le più pratiche, i primi giorni almeno, fanno il lavoro per loro e per la “nuova” che si sono presa vicina e che l’anno prossimo sarà svelta e brava e si ricorderà che la vita di risaia è fatta di solidarietà“.

Quello della mondina era un lavoro duro di sacrifici e fatiche ma il ricordo di queste donne con i piedi nell’acqua, i pantaloncini corti e un grande cappello per ripararsi dal sole, rimarrà sempre avvolto da un’aura poetica, dal colore dei campi e degli abiti delle lavoratrici accompagnate nel loro lavoro dai canti che davano voce a tutti i sentimenti che tenevano nel cuore di innamorate, spose, figlie e mogli.

 

Foto in evidenza: dal libro "Fombio tra cronaca e cenni storici" di Gian Paolo Bergamaschi e Erminio Pettinari.

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